giovedì 13 dicembre 2018

Libertà

C’era una volta Libertà.
Quella di mio marito, Amin Abofetileh, di 28 anni.
La mia.
Ovvero, Kate Yang, che di anni ne ho appena 20.
Abbiamo provato tante volte a far sì che la nostra Libertà ottenesse il certificato che le spetta, ma abbiamo raccolto solo scuse.
Dicono che, in quanto rifugiati, meritiamo di subire crimini contro l’umanità stessa.
Eppure il mio compagno è fuggito dall'Iran nel 2012 proprio per sopravvivere a un’altra persecuzione da parte del suo governo.
Pensavamo di essere in salvo.
Per questo ci siamo sposati, nel 2016, qui sull’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea.
Per noi, per l’amore che ci unisce.
E per lei, Libertà.
Nostra figlia…


storie di donne
Kate e sua figlia Liberty

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venerdì 7 dicembre 2018

Contro la violenza sulle donne sempre

C’era una volta la violenza contro le donne.
Che è violenza ancor più indegna, qualora si aggiunga la millenaria aggravante dovuta a una quantità incalcolabile di prevaricazioni e soprusi di genere.
C’era una volta, già, e c’è ancora oggi, ahi noi.
In molteplice forme, come le più pervicaci e congenite aberrazioni della cosiddetta società moderna.
C’era una volta, altresì, la lotta contro la violenza sulle donne.
Che può sembrare complicato da dire, e lo è ancor più da fare.




Perché la lotta contro qualcosa che è connaturato all’essenza della cultura, l’educazione e soprattutto del DNA di un popolo dev’essere azione quotidiana, incessante e più che mai coerente.
Esatto, coerente.
Occorre farsene carico in ogni punto cardinale del mappamondo urbano ci si trovi a transitare.
Perché quando la malattia è sociale, riguarda tutti, nessuno escluso.
E per metterci alla prova e in discussione è sufficiente porci le domande più scomode e meno eludibili.
Leggile pure come la cartina di tornasole del nostro effettivo cammino sulla via della guarigione.
Allora, a clamorosa riprova del tutto, c’era una volta una donna.
Una donna che a Roma venne picchiata sulla metropolitana da un uomo.
Difesa soltanto da un’altra donna.
Tuttavia, qualora il fatto che si tratti di una persona di etnia Rom, magari colpevole di un furto, quindi una ladra malmenata dal derubato, ti impedisca di indignarti altrettanto come in tutti gli altri casi.
Be’, perdonami, ma tu non sei affatto contro la violenza sulle donne.
Sei parte del problema.

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giovedì 29 novembre 2018

Donne uccise nel 2018

C’erano una volta le donne, queste.
Creature troppo vicine alla perfezione per esser ritenute reali.
E, per questo e altri innumerevoli meriti, assassinate dalla folle vigliaccheria di questo pazzo mondo.
C’era una volta Marielle Franco, attivista per i diritti degli ultimi, con la quale, oggi, avremmo un Brasile con qualche speranza in più di salvarsi dall’orco appena eletto.
C’era una volta Elisa Badayos, che nelle Filippine lottava per i poveri e gli invisibili.
C’era una volta Guadalupe Campanur Tapia, la quale ha dato la vita per l’ambiente e le popolazioni indigene.
C’era una volta Razan al-Najjar, uccisa a Gaza mentre vestita di bianco andava in soccorso dei bisognosi.
C’era una volta Juana Raymundo, ammazzata in Guatemala per impedirle di continuare a dar voce ai piccoli coltivatori e alle comunità native.
C’erano una volta Annaliza Dinopol Gallardo e Mariam Uy Acob, le quali, nelle filippine, sono state vigliaccamente trucidate per il loro rispettivo impegno a favore delle popolazioni locali e dei musulmani discriminati.
C’era una volta Juana Ramírez Santiago, colpita a morte in Guatemala mentre si ergeva quale portavoce delle donne indigene.
C’era una volta Su’ad al-Ali, uccisa in Iraq per aver cercato di difendere i diritti delle donne come lei e dei bambini.
E c’erano una volta altrettante eroine sconosciute ai più, costrette ad abbandonare l’inquadratura vivente troppo presto.
Prima di fare altri doni all’umanità.
Che siano storie raccontate, che siano esempi seguiti.
Che siano, per sempre, ricordate.

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giovedì 22 novembre 2018

Le donne sono galassie

C’era una volta una donna.
O, meglio, c’era una volta una galassia.
Non una stella, magari da ammirare in lontananza senza comprenderne appieno il valore.
Neppure un sopravvalutato pianeta di classe M, come sosterrebbe il compianto Spock.
E neanche una cometa di passaggio, con cui trascorrere un istante, rinunciando all’inestimabile dono del comune ricordo.
Perché la vera ricchezza del cielo consiste nel tempo, giammai nello spazio.
Già, il tempo, ovvero il singolo giorno in cui una bambina levò il capo verso il firmamento di luce e nuove prospettive e fece la sua scelta più importante.
Da grande, malgrado quel che suggeriscano le aberranti gerarchie di genere dell’epoca in cui vivo, io sarò un’astrofisica.
Perché io sono nata oggi, ma al contrario di chi si ostina a restare indietro, vivrò nel luogo chiamato domani.
C’era una volta una ragazza, quindi.
Ovvero, c’era una volta Burçin Mutlu-Pakdil, colei che a un arazzo di astri e speranze ha dato il proprio nome.
Perché le donne sono galassie che hanno il coraggio di scoprire se stesse.
E la generosità di condividere la propria luce con il mondo.

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giovedì 5 luglio 2018

Coraggio di donna

È così che rammento il mondo di ieri.
È così che lo vedo oggi.
È così che lo immagino domani.
Una donna coraggiosa e indomita che supera ogni limite per dare alla luce una speranza.
Una donna che si appoggia a un’altra.
Che sta lì, ferma, immobile malgrado i volubili deliri del potente di turno.
Che si arrampica su di essa.
Come una sorta di memoria condivisa.
La parte nobile della storia comune che va difesa.
Riportata all’attenzione di tutti.
Rimessa al centro della comunità a rischio.
Ecco, quindi, la visione che fu.
Ecco, perciò, la visione moderna.
Ed ecco, allora, la visione futura.
Una donna senza paura che sfida i confini dell’ottusità.
Sarebbe ora, nell’istante in cui le manette ai polsi stringono di più, di non farla più sentire sola…

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giovedì 28 giugno 2018

Questo è solo l’inizio

Alexandria Ocasio-Cortez è un’attivista e politica statunitense. Il 26 giugno ha vinto le primarie democratiche del quattordicesimo distretto congressuale di New York, in quella che è stata descritta come la più inaspettata sorpresa nelle elezioni di medio termine di quest’anno.
Quello che segue è uno stralcio del discorso fatto ai propri collaboratori in seguito al sorprendente risultato:

Questa vittoria appartiene a ogni singola persona in questa stanza.
Ciascuno di voi ha cambiato l’America, stasera.
Questa non è la fine, questo è l’inizio.
Il messaggio che abbiamo inviato al mondo, stasera, è che non va bene mettere i finanziatori prima della tua comunità.
Il messaggio che inviamo è che assistenza medica per ogni cittadino in America è ciò che meritiamo come nazione.
Ciò che abbiamo dimostrato stasera è che nella più profonda oscurità che si possa percepire nel nostro ambiente politico c’è ancora speranza per questa nazione.
Voi avete dato a questo paese speranza.
Voi avete dato prova che quando bussi alla porta dei tuoi vicini, quando vai da loro con amore, quando dimostri che in ogni caso tu ci sarai, sari lì per loro, noi possiamo operare il cambiamento.
Questa nazione non è mai stata senza rimedio.
Mai priva di speranza.
Non è ancora troppo danneggiata per essere rimessa a posto.
Noi saremo qui e sconvolgeremo il mondo nei prossimi due anni.
Non possiamo fermarci qui.
Questo è solo l’inizio.
Non posso farcela da sola.
Noi siamo qui per portare un’onda di cambiamento
.

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venerdì 22 giugno 2018

Mio figlio deve mangiare

C’è la collega deputata che sta parlando…
Sì, però mio figlio deve mangiare.
Siamo in un parlamento…
Certo, a ogni modo mio figlio deve mangiare.
Stanno effettuando proprio in questo momento le dichiarazioni di voto…
Lo so bene, ma mio figlio deve mangiare.
Questa è un’assemblea importante, dove si prendono decisioni importanti…
Sicuro, ma mio figlio deve comunque mangiare.
A qualcuno tra i colleghi potrebbe dar fastidio…
Scherzi?
Qualcuno tra loro potrebbe richiamarti al decoro e l’ordine del luogo…
Sul serio?
Del ruolo…
Davvero?
Tu sei una parlamentare eletta dal popolo, un’onorevole…
Così è, ma – ha dichiarato Karina Gould, ministro per le democratiche istituzioni del governo canadese - non c’è alcuna vergogna nell’allattare mio figlio, e mio figlio deve mangiare.

giovedì 14 giugno 2018

Elisabetta Cortani Tavecchio e il peccato dell'età

C’era una volta un paese per vecchi, s’è detto.
C’era una volta altresì un paese per tutti, fuorché le donne.
Laddove poi costoro avessero goduto del privilegio del presunto sesso forte.
Be’, allora, c’era una volta il peccato dell’età.
Femminile
Giacché, come rivela il britannico guardiano della stampa, c’era una volta un paese dove secondo la procura avresti potuto molestare qualcuno e passarla liscia, allorché la tua vittima fosse ritenuta abbastanza anziana da non farsi intimidire…

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giovedì 7 giugno 2018

Storie di belle addormentate

Nei giorni seguenti i due le provarono tutte per strappare la ragazza dalle grinfie dell’innaturale letargo.
All’improvviso la casa divenne estremamente rumorosa ed entrambi iniziarono a produrre più frastuono possibile.
Porte sbattute con dedizione e pignoli aspirapolveri ossessionati con la sua camera, programmi televisivi che prima venivano ignorati si ritrovarono con il volume a livelli inarrivabili perfino da anziani dall’udito fragile e dialoghi che spesso non guadagnavano neanche lo spazio del pensiero venivano recitati con possenti diaframmi.
Rigorosamente a pochi centimetri dal letto di lei, è ovvio.
A turni alterni, avevano anche preso l’abitudine di appostarsi di notte in attesa del rifornimento cibario della bella addormentata.
La seguivano anche in bagno, tentando ogni umana manifestazione per attirare la sua attenzione.
Niente da fare, perfino in quegli attimi di veglia sembrava che Elisa non li vedesse. Come se loro fossero divenuti i fantasmi e non il contrario.
I giorni passarono aumentando la frustrazione nei due e la sera prima del successivo appuntamento con Bronzetti Sergio entrò disperato nella stanza di Elisa.
Aveva bevuto un po’ troppo, si avvicinò barcollando al letto e si inginocchiò, come se volesse quasi supplicarla.
Anzi, signore e signori della giuria, non fate caso al quasi.
Elisa, Elisa cara, è papà che ti parla, anche se non serve che ti dica chi io sia.
Conosci la mia voce come io conosco la tua.
Ti prego, la tua voce mi manca, mi manca da morire.
Mi manchi da morire.
Non lasciarmi, non lasciarmi anche tu.
Sono qui, io sono qui, ci sarò sempre, non ti abbandono, figlia mia, te lo giuro, io non ti lascerò sola.
Perdonami, perdonaci, Valeria… tua madre e io avevamo immaginato il meglio per te.
Io voglio il meglio per te, Elisa. Sei bella e intelligente, meriti il meglio e io farò di tutto affinché il mondo ti dia quel che desideri.
Ti prego, amore.
Ti prego, permettimi di farlo, parlami… parlami di nuovo.
Guardami, come io guardo te, negli occhi, dritto negli occhi e fammi sentire che ci sei.
Non lasciarmi anche tu.
Svegliati e torna da me.
Ma se non ce la fai, dimmi dove sei e vengo a prenderti.
Ovunque tu sia, io sarò pronto a venire.
Papà è qui e anche tu sei qui, non sprechiamo più alcun giorno.
Senza parlarci e guardarci.
Ti prego.
Elisa, Elisa cara…
Giulia non riuscì a impedire alle lacrime di rigarle il viso mentre ascoltava seduta in terra, con la schiena appoggiata alla porta chiusa...

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giovedì 31 maggio 2018

Storie di donne e sensi di colpa

Poco più di un anno dal loro primo appuntamento, Giulia aveva visto Elisa come dissolversi, man mano che lei entrasse nella vita dei due.
Comprensibile quindi il crescente senso di colpa.
Nell’ultimo mese, allorché la ragazza si era rinchiusa in un mutismo totale, sia in casa che a scuola, Giulia era arrivata addirittura a rimpiangere uno scontato conflitto, acceso e stancante, alimentato da una sana gelosia filiale nei confronti della nuova compagna del padre.
Aveva tentato in vari modi di comprendere le ragioni dell’evidente sofferenza di Elisa. Aveva parlato con tutto il suo mondo di fuori, insegnanti e amiche, compagne di scuola e genitori di queste ultime. Aveva ovviamente cercato di comunicare con lei, in ogni maniera e momento.
Tre settimane addietro, con l’inverno alle porte, erano partite senza Sergio per un fine settimana in montagna ed era risultato un vero calvario.
Elisa non aveva aperto bocca neanche per un secondo.
Al ritorno Giulia era giunta a mettere in discussione la sua presenza nella loro vita, ritenendosi in qualche modo responsabile, ma Sergio aveva respinto l’ipotesi con fermezza.
Poi era arrivato il sonno.
Un po’ come la bella assopita nel bosco delle favole, la ragazza dai lunghi capelli neri e i grandi occhi castani, a cui le lenti degli occhiali non toglievano nulla in brillantezza e mistero, aveva preso a dormire quasi tutto il giorno. Oltre alla notte, s’intende.
Il tempo di andare al bagno e sgattaiolare in cucina per brevi sortite dopo il tramonto, e poi di nuovo nel letto, sepolta sotto il piumone.
Quella sera Giulia, seguita da Sergio subito alle spalle, aprì con delicatezza la porta e la osservò per qualche attimo nella penombra della stanza.
Sembrava riposare davvero, come dopo un’impresa massacrante, tipo traversate oceaniche o camminate in capo al mondo.
Il volto pareva sereno.
Nondimeno, a quindici anni non puoi permetterti di gettare via giorni interi, per quanto tu sia stanco.
O ferito.
Questo pensò la nuova compagna di Sergio prima di riaccostare l’uscio.
“Dobbiamo fare qualcosa”, mormorò con gli occhi lucidi.
“Cosa?”
“Dobbiamo chiedere aiuto.”
“A chi?”
“Non lo so.”

Da Elisa e il meraviglioso mondo degli oggetti

giovedì 24 maggio 2018

Storie di donne e figlie

Quando l’uomo con cui viveva ormai da un anno le aveva rivelato che avesse una figlia non ne era rimasta sorpresa.
Osservando con maggiore attenzione e tranquillità gli occhi di Sergio, la prima sera in cui erano finalmente usciti da soli, abbandonando tifosi o semplici curiosi della comitiva dove si erano conosciuti, aveva intuito che conservasse inaspettate profondità nella sua storia.
Ovviamente, in quel momento non aveva la più pallida idea di quanto lo fossero.
Profonde.
La scoperta di un’altra vita nell’esistenza di Sergio l’aveva naturalmente turbata, ma non troppo e i due avevano proseguito con il frequentarsi, agevolando entrambi il maturare di un sentimento forte, alimentato da una notevole attrazione fisica e da una complementarietà chirurgica.
Giulia disegnava fantasia oltre i confini della ragione di Sergio e quest’ultimo poneva appigli di raziocinio laddove la compagna perdesse l’equilibrio.
Un’apparente perfetta alchimia che il padre di Elisa non aveva trovato con la precedente dolce metà.
Dopo circa un mese e mezzo di appuntamenti di passione crescente, Sergio si era deciso a invitare Giulia a casa e, con l’occasione, farle conoscere Elisa.
Giulia era pronta, lo era da un pezzo, probabilmente sin da quando avesse appreso dell’esistenza della ragazza.
Se non per esperienza personale o di amicale seconda mano, grazie anche a quello straordinario catalogo di umani comportamenti che è il mondo dei libri, Giulia aveva previsto ogni ostacolo possibile nella costruzione di un rapporto sereno con un uomo e sua figlia.
Non figlio, ben inteso.
Ostilità.
Questa era la parola che avrebbe racchiuso tutta la gamma di sfumature delle reazioni che si aspettava dalla ragazza, soprattutto perché quindicenne, quindi nel pieno della complessa fase adolescenziale.
Tutto si sarebbe aspettato, tranne l’indifferenza.
Quella sera Elisa le aveva stretto la mano debolmente e l’aveva fissata per qualche attimo con un sorriso vuoto.
Quindi Giulia aveva osservato con maggior cura gli occhi della giovane e più tardi, una volta sola a cena con Sergio, si era ritrovata a riflettere su due aspetti fondamentali.
Primo, gli occhi erano della madre.
Secondo, laddove quelli di Sergio celassero profondità, la figlia nascondeva un universo per pupilla...


Da Elisa e il meraviglioso mondo degli oggetti