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Visualizzazione dei post da Marzo, 2018

Storie di donne e razzismo

Non sono morta laddove sfogliando le pagine dello specchio vi ho trovato una moltitudine di ragioni per sentirmi indegna di esser riflessa.
E non sono morta neanche nell’istante in cui, con le vene ormai prosciugate, abbiamo trascritto rosso su bianco la nostra vittoria.
Non sono morta tutte le volte che ho visto l’ennesimo gradino successivo nella scala verso il basso della cattiveria umana.
E non sono morta ogni volta che l’avevo risalita tutta, quella scala, per poi rotolare di nuovo in basso per il capriccio del folle di turno.
Non sono morta nel giorno in cui mi sono chiesta se mai avrei visto il domani dove l’unico colore che conti sarà quello formato da te e me.
E non sono morta quando ho ceduto all’idea che forse non arriverà mai.

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Storie di donne uccise in Sud America

Berta Cáceres non è morta.
E’ qui, senza scherzi.
Anzi, no.
Non c’è nulla da scherzare.
La signora dagli occhi grandi e il viso fiero, che ha riempito i primi di diritti calpestati e inorgoglito il secondo con l’incontro con le poche verità di questo pianeta, non può andarsene perché l’hai deciso tu.
Finché ci saranno volontà e anime al suo fianco.
Dagli occhi grandi e il viso fiero.

Berta Cáceres non se n’è andata.
Guardati intorno.
Guardati dentro.

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Storie di donne sfortunate

Senza occhiali sono persa, come dissi un giorno al mio ultimo ex spasimante durante il nostro ultimo appuntamento, nell’ultima volta, lo giuro, che ho accettato di uscire con un tipo suggerito dalle amiche.
Persa, è così, e così è stato nel dì del titolo.
Sono arrivata a scuola per miracolo, viaggiando tra metro e bus.
Persa, incapace di nascondermi al sicuro dello schermo del cellulare o del romanzo che sto leggendo in questo momento. Roba soporifera, lo ammetto, ma me l’hanno regalato e lo leggo, perché un giorno mio padre mi ha detto che sono le storie che vanno da te e non il contrario, e che quando ciò accade un motivo ci sarà.
Scusa, papà, ma stavolta il senso del dono è un sonnifero, ma va bene così.
Anzi, no, perché oggi non è andata affatto bene, poiché ero persa, impossibilitata a decifrare parole e immagini nei miei adorati rifugi. Ma, al contempo, lo son stata altrettanto innanzi al mondo che tento quotidianamente di attraversare invisibile. Oggetto d’arredamento vivente t…

Storie di madri

C’era una volta te.
Madre, no.
Non allora.
Neanche una speranza, forse un sogno.
Di sicuro una possibilità.
Di quelle che conservi lì, tra le pieghe delle mani, che tutti conoscono e sostengono di saper leggere meglio di te.
Ignorando quel che ancora vorresti scrivere.
E’ lì che sono morto.
E’ lì che sono nata.
Tra quel che il presuntuoso libro scrive.
E quel che tu, mia adorata lettrice, ti auguri.
Ho viaggiato, da allora ho viaggiato.
Con un solo ricordo in testa.
Un’unica pagina.
Racchiusa in una strofa.
Di un solo volto ricolma.

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Storie di donne molestate

Certo, come desideri, rispose l’albero.
Per averlo devi arrampicarti in cima perché i doni più letali li serbo in alto, sulle punte più impervie della chioma.
Perché?
Perché, sai, le narrazioni velenose sono le più leggere, le più rapide nel correre da ventre a ventre, e vanno di moda, quindi son merce a buon mercato.
Vanno poste lassù, nella vetrina nobile.
La giovane chiamò a raccolta l’ombra atrofizzata della vitale energia, sopravvissuta allo scempio della pavida fiera, e si accinse alla salita.
A metà strada si arrestò, con il respiro implorante compassione.
Manca ancora molto?
No, disse l’albero, ma nel frattempo puoi riposarti nell’incavo poco sopra il tuo capo.
La giovane levò quest’ultimo quanto l’esigua forza permise e vide il giaciglio promesso.
Il rifugio di robusto legno e amorevoli frasi foderato.
La giovane dormì.
E sognò.

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Storie di donne che sognano

C’era una volta una sognatrice.
Una di quelle testarde.
Di masochistica dedizione nel puntare sempre tutto sul finale a sorpresa.
Il colpo di scena, virtuosismo della sceneggiatura o goffo deus ex machina che fosse, per lei l’importante era la svolta.
L’insperata svolta, che diviene sberleffo sul volto dei cinici borbottatori di professione.
Allora fanno bene le storie improbabili e le messe in scena inverosimili.
Allora focolai di possibilità erano davvero sopravvissuti al temporale dell’utopia peggiore.
Quella che arrivi a convincersi di essere davvero, solo un’utopia.
Allora avevamo ragione noi.
Allora…

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Storie di donne nella Giornata internazionale della donna

L'8 marzo, sarebbe la tua, di festa...
Dovresti aver vinto, dovresti essere arrivata prima, dovresti essere la prima.
Di molte, spero, a meno che il passato non resusciti e chi meglio di noi altri sa quanto tale rigurgito della storia sia temibile.
Ecco perché al contrario vanno festeggiate le feste come la tua, che vivi nel mondo del domani.
Perché la tua non è come le altre che l’hanno preceduta.
Non è come oggi.
Che non c'è proprio nulla da festeggiare.
Ecco perché laddove si chiami festa, dovresti avere almeno una ragione per svegliarti al mattino e sorridere pensando a questo giorno.
Perché sarebbe speciale.
Unico.
Come se oggi avessi scoperto una stella che tutti dicevano che fosse solo un buco nero, tutt’al più diversamente luminoso.
Come se avessi violato una regola a costo di perdere tutto, conquistando tutto per tutti, tranne che per te.

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Storie di donne maltrattate

Immagina.
Immagina che.
Immagina che quella donna sia qualcos’altro.
Che i resti di lei, proprio a causa di un quanto mai evitabile sacrificio, siano metafora di qualcos’altro.
Incapace di dare un senso all’ignobile narrazione.
Ma che lasci comunque qualcosa.
Per gli occhi che volessero davvero guardare.
E per le orecchie che trovassero sul serio il tempo per ascoltare.

Immagina.
Immagina che.
Immagina che tutti i chili strappati, le cellule divorate, i brandelli di bramosie e aspirazioni deluse non siano andati troppo lontano.
Guarda con me, ora.
E ascolta, adesso.

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Storie di donne madri e figli

La prima danza.
La prima danza insieme non si scorda mai.
Mamma.
Figlio.
Le ragioni sono infinite.
Sconosciute ai più.
Inenarrabili.
Perché non vi sono parole, al mondo, con cui rendere l’idea di quell’attimo.
Lungo come una vita.
Non quanto una vita, certo.
Non quanto.
Ma quel come può essere tutto.
Lì, dentro di te.
Lì, dentro di me.

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Storie di donne obese

Un’ora prima.
Obesa, sì.
Grassa e cicciona, è chiaro.
La donna cannone, certo.
Olga l’hanno chiamata in tutti i modi possibili.
Era sempre stata, come dire, una fanciulla di peso, ecco.
Ma aveva smesso di prendersela.
Di dare… peso, se mi permettete la facile ripetizione, alle parole.
Soprattutto quelle che la ferivano.
Leggi come l’inevitabile assuefazione delle creature diversamente belle.
Questo però non vuol dire che avesse perso di vista l’essenziale.
O, forse, dovrei dire perso d’orecchio.
Il suono, quello no, quello non aveva smesso di apprezzarlo.
La melodia della parola, detta o scritta, non l’aveva affatto dimenticata.
Sin da quando ne aveva percepito il valore, a soli cinque anni.
“Sto bene, cara”, aveva detto quel giorno sua madre prima di coricarsi, “vai a giocare e divertiti.”

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Storie di donne e madri

Una per tutte.
Così la chiameremo.
La migliore e la sola.
La festa che le conterrà tutte.
Strette, abbracciate, come noi.
Ora.

Guarda, ci sono davvero, apri gli occhi, sul serio.
Cancella le inutili lacrime, ci sarà tempo per piangere, c’è sempre.
Osserva quante meraviglie possono entrare in una pupilla che ama.

Il giorno che danzerai con l’uomo che meriterà il ballo successivo.
L’attimo prima che la musica inizi a farla da padrona.
E quello in chi la odierai per essere come tutte.
Leggi come il tallone d’Achille delle canzoni perfette.
Finiscono.
Proprio sul più bello arrivano alla fine.

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Storie di donne alte e uomini bassi

Eppure rimarrà nell’occhio.
Quello abbastanza grande da contenere i sogni.
Senza vergognarsene.

E non lo sarà per i regali.
Ce ne saranno, è ovvio.
E’ il giorno che, per buona sorte, dovrebbe rammentarsi come unico.
Il solo.
Presentarsi con poco sarebbe un delitto.
Presentarsi a mani vuote, sarebbe ancora peggio.
Non venire affatto, ma mandare comunque qualcosa sarebbe il più terribile dei peccati.
Perché quando ti ricapita un matrimonio così?

Una giornata che vorresti eterna.
O almeno quanto basta per portartene via un frammento nel cuore.

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Storie di donne: Boko Haram

Mister Shekau,
malgrado questa mia aspiri alla legittima dignità che si riserva a qualsivoglia lettera, ometto il caro.
Credo che anche lei convenga quanto sia fuori luogo.
D’altra parte, le ragioni che mi spingono a scriverle sono dovute proprio alle parole.
Quelle che meritano lo spazio di una pagina.
Questa.
Gli occhi di chi osserva gioie e tragedie, seppur a distanze variabili.
Noi.
La mente e il cuore di chi ha davanti una scelta di un peso incommensurabile.
Lei e i suoi compagni.
Ecco perché, se le sole parole degne di questo nome intendo privilegiare, mi accingo subito a liberarmi di quelle superflue.

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Storie di donne: Anja Niedringhaus

Sì, sono importanti.
Devono esser viste, con cura.
Prendendosi tutto il tempo.
Perché tra aggressori ed offesi c’è sempre spazio.
Sufficiente spazio per fare tanto.
Perfino metter fine all’inutile scempio.
Ma per arrivare a tanto occorre capire.
Occorre vedere.
E allora corri, Anja, corri e scatta.
Anzi, no.
Stai ferma dove sei, immobile.
Perché stavolta ci vuole mano ferma.
O forse perché capita che la vita che meriti attenzione è lei a venir da te.
Sembra facile, detto così, vero?
Non lo è.
Non è affatto facile farsi trovare in casa, laddove sia la verità a bussare alla porta della tua casa.

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Storie di donne e amicizia

Non parlo del cuore.
Non ho mai ambito a tanto.
Accanto, sì, quello sì.
Dell’organo che batte e da ritmo alla tua vita mi è sempre bastata la musica.
La colonna sonora per qualcuno che ama.
Che mi ha amato.
Mi hai salvato, sì, lo hai fatto.
Ogni giorno della nostra vita insieme.
Donandomi una parentesi perfetta in una normalissima eternità.
Perché quelli come noi, che hanno davvero avuto cura l’uno dell’altra, sanno molto bene che il tempo che vale deve avere un inizio.
E una fine.
Il problema, semmai ce ne sia uno, è che possiamo scrivere solo il primo.
I the end di questo mondo, il sipario che chiude, i titoli di coda, non ci riguardano.
La fine, qualunque essa sia, possiamo solo viverla con la stessa forza e passione con la quale abbiamo interpretato le scene precedenti.
Leggila come la coerenza delle star che vincono il tempo.
Le attrici meravigliose che, innanzi alle aspiranti del momento, ti costringono a dire la solita frase.

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Storie di donne: Marielle Franco

Conta.
Conta, serviti dei numeri, se preferisci, gioca pure la carta della concretezza.
Dove sul podio si applaude sovente il nato primo, venuto al mondo non solo con la camicia, ma già pulita e stirata secondo la moda vigente.
Conta pure la stragrande maggioranza di medagliati sulla pubblica piazza dalla violenta approvazione popolare.
Conta financo le crocette sul nome del pusillanime di turno, capace ancora oggi di farsi seguire fin giù nel burrone dai topini dalla coscienza anestetizzata.

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Storie di donne a San Valentino

Sì, sono sola.
Ma non è sempre stato così.
Ti sembrerà strano, ma anch’io ho avuto compagnia.
Affetto, chiacchiere, sorrisi, e tanto cameratismo, guarda un po’.
La realtà è che vanno tutti di corsa, oggi, come dei ratti inseguiti dai gatti.
Rima involontaria, ma rende l’idea, insomma.
Sono sola, non posso di certo negarlo.
E’ la mia vita di oggi.
Ma perché dev’essere necessariamente un’onta, questo non lo comprendo.
Complimenti, sei sopravvissuta, no?
Brava, ad essere ancora in ballo?
Ti ammiro per la tua tenacia?
Ecco, questo è troppo.
Più che tenacia, è stato culo.
E senza fare battute idiote, so bene di non avere un lato b da urlo.
Sono nella media, che poi non è così malaccio.
E allora perché sono sola?

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Storie di donne in Russia

Meno uno.
Se a zero fa freddo, figuriamoci…
Nondimeno, sarebbe troppo facile, finirla qui.
Perché parli bene te, che te ne stai al caldo al di qua del monitor.
Per chi vive agli antipodi della rete un grado fa la differenza, eccome.
A casa, presto a casa.

Meno due.
Soprassedendo quindi sullo scontato, ribadire che fa freddo ha un suo perché.
Lo senti tutto, diciamo le cose come stanno, sulla punta del naso e le dita e i piedi e ovunque.
Un punto in meno lo senti tutto.
A casa, torniamo a casa.

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Storie di donne che sorridono

Eccoci.
Siamo qui, in scena.
In strada, in piazza.
Sul metrò.
Ci chiamano mostri.
Così ci rappresentano, ovvero, in tal guisa ci catalogano.
Abnormi e diversi, anormali e strani, orrendi e sbagliati, sgraziati e più che mai fuori luogo.
Colpevolmente fuori luogo.
Niente di nuovo, via aggettivando, tra imbarazzanti sinonimi e spiacevoli ridondanze.
Certo, c’è la favola, il film e il romanzo che stravolgono gli equilibri.
D’accordo, sappiamo come vanno le cose.
Colpo di bacchetta e l’orco diventa l'eroe, il ranocchio un adone, la bestia è più bella di quello che si pensi e non tutti i bei faccini sono il buono della storia.
La fantasia è un adorabile balsamo e chi tra noi potrebbe negarlo?
Ma la realtà è lì.

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Storie di donne in India

Sono innocente.
Sì, signor giudice.
Vi assicuro che sono innocente.
E avrò altrettanto rispetto per le vostre orecchie.
Perché non vi dirò che amo Ranya.
Che l’ho amata dal primo momento che l’ho vista.
Ovvero, da molto prima.
Fenomeno che capita a chi si fa di sogni.
E non ha alcuna intenzione di disintossicarsi.

Io sono innocente.
Lo sono, protettori delle leggi tutti.
Ve lo mostrerò senza vergogna alcuna.
Ai vostri occhi.
Perché non abbraccerò Ranya.
Per scandalizzarvi anche con il più rapido sfiorar di labbra.
Di sguardi.
E giammai licenziosi pensieri.
Figuriamoci tutto il resto.
L’indescrivibile resto.

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Storie di donne africane

Il Nobel per la pace…
Il più grande premio della storia per quello che tutte noi facciamo per la pace.
Ovvero, di quel che facciamo per un sogno.
Sì, signore e signori, la pace è un sogno.
Era il sogno di mio padre, morto per la mia libertà e quella di mia sorella Naima, dei nostri fratellini e di tutti, nessuno escluso, tutti i nostri concittadini.
La libertà?
La libertà è anch’essa un sogno.
La democrazia? Un sogno, pure lei.
La pace, la libertà e la democrazia sono tutti sogni.
E non solo per le donne africane.
Non solo per la Libia, o la Tunisia, l’Algeria e tutto il nord Africa.
Pace, libertà e democrazia sono e dovrebbero essere visti come sogni da ogni abitante di questo pianeta.
Perché dal momento che ti convinci che quello che il mondo ti ha offerto all’inizio del tuo viaggio corrisponda a tutta la pace, la libertà e la democrazia che ti meriti è lì che nasce la tua schiavitù.
La pace è un sogno, così la libertà e altrettanto la democrazia.

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Storie di donne salvate

Certe volte mi chiedo quanti anni dovranno passare ancora fino al giorno in cui dove sono ora, e soprattutto domani, sarà più importante per gli altri.
Gli altri, che fino a ieri mi vedevano come molte uguali a me.
Una straniera, un’immigrata, ovvero una delle tante donne e uomini che inseguono semplicemente la vita ovunque essa si trovi e che sono pronti a lottare con ogni mezzo per poter respirare un’aria migliore.
Una sera di qualche giorno fa mio figlio Jakub, che ha tre anni, mi ha chiamato a squarciagola dal bagno.
Marcin, il mio Marcin, era andato a prendere mia suocera ed io, dopo aver fatto cadere la tazzina del caffè, mi sono precipitata, improvvisamente terrorizzata all’idea che gli fosse successo qualcosa di brutto.
Invece il mio bambino era lì, tranquillo, di spalle e in piedi davanti al bidet, con il capo chinato su di esso.

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Storie di donne al muro del pianto

Questo racconto parla di cinque storie.
Cinque storie di donne.
La prima narra di una donna che desiderava pregare come gli uomini.
Ma non pregare come gli uomini, nel senso di pregare esattamente come fanno gli uomini.
No, ella ambiva, anzi no, pretendeva di pregare come una donna godendo della medesima libertà degli uomini.
Ovvero, alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, ovunque, soprattutto nei momenti e nei luoghi dove maggiormente avrebbe suscitato scandalo.
Perché diciamolo, è troppo facile sostenere di desiderare qualcosa e poi limitarsi a confidarlo alle amiche al telefono o scriverlo sulla bacheca di Facebook, anche se si ottengono centinaia di mi piace.
Suscitare scandalo è un dovere laddove ci si vanti di covare un diritto negato travestito da sogno, altrimenti si è i primi complici della propria frustrazione.

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Storie di donne anziane

Cara Misao,
addio.
Da domani tocca a te.
La più vecchia. Ti chiameranno la più vecchia.
La meno giovane, protesterai tu.
Ma che vuoi farci, chi ci conosce per quel che ai loro occhi rappresentiamo, i loro incubi evochiamo e le loro fantasie accendiamo, avrà sempre difficoltà ad identificarci per quello che in realtà siamo.
Tu capisci cosa intendo, vero?
Ero il più vecchio del mondo, ma sapevo bene che questo era solo il titolo per un premio ai Guinness.
Ci ho pensato molto, in questi giorni, soprattutto di notte, prima di addormentarmi, presagendo la fine del mio viaggio.
Chiudevo gli occhi e lo vedevo.
Hai capito, giusto?

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Storie di donne molestate

Oscuriamo il mondo tutto intorno e puntiamo le nostre luci, ora, su quel rovente epilogo, di lacrime e sangue.
L’abat jour sulla scrivania, la lampada sul comodino, quel tenue alone che ravviva il monitor del pc o dello smartphone, più che mai la luce che brilla nei nostri occhi lontani.
E ora che la nostra attenzione è tutta lì, su quel corpo che danza per l’ultima volta da solo, stringiamoci intorno, insieme, come si faceva con i falò, sulla spiaggia.
Un cerchio stretto, alto e invalicabile.
E facciamola quella promessa.
Nessuno più passerà di qui, preziosa signora, nessuno più passerà.
Fermeremo la vile mano proprio sul confine costruito con i nostri, di corpi, baluardo della tua serenità.
Per quanto veloci, afferreremo parole taglienti e sguardi prepotenti e le rigetteremo al mittente, dolce signorina, mentre tu non ne sentirai neppure l’eco.

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Storie di donne alla maratona di New York

So cosa pensate.
L’errore è quello di non essersi recata all’ospedale dopo la caduta.
No, mi dicono che l’errore non sia stato quello.
La più che ottuagenaria signora cade alla maratona di New York.
Corre e poi muore.
C’è un errore, mi continuano a dire.

Ah, giusto.
Se non al momento della caduta, Joy avrebbe dovuto farsi vedere dai medici perlomeno dopo aver tagliato il traguardo.
Una visita di controllo, che magari le avrebbe salvato la vita.
E questo l’errore?
Mi dicono di no.

Così rivedo la notizia, nelle parole essenziali.

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Storie di donne e motori

Basta piangere, amore mio.
E’ finita.
Stavolta è finita e lo dobbiamo proprio agli alleati.
Spesso sono i peggiori tra i nemici, perché gli basterebbe schierarsi per una volta dalla parte giusta e quella volta darebbe vita a un’altra storia.
Una favola.

Ridi, figlio mio.
Perché oggi ti racconto proprio una favola.
Sono sicuro che la amerai.
Uno di quei racconti assurdi, dove tutto sembra impossibile ma vorresti disperatamente che fosse vero.
Non ogni cosa.
Anche solo una pagina.

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Storie di donne che ridono

E Duma ride.
Sì, ride.
Duma ha 79 anni e vive nel villaggio di Thame, in Nepal.
La vecchina non ha una laurea.
E neppure un lavoro.
Nel senso di uscire da casa tutti i giorni inseguendo auto che sfrecciano di indifferenza, sadici treni che scappano e folle di pendolari professionisti della calca.
Con in palio la floridezza di un’indispensabile busta.
Per uno scatto in avanti nelle gerarchie.
E un’ulteriore abbocco nella busta di cui sopra.

Ma Duma ride.
Già, è proprio questo quel che fa.

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Storie di donne innamorate

Vostro onore,
Signore e signori della giuria,
E più che mai voi altri, platea silente, ma non meno importante.
Eccovi il sentito discorso che ho ier sera preparato a vantaggio del mio assistito.
No, l’accusa non si affanni ad opporsi.
Nessun errore.
Non v’è alcun refuso nella mia introduzione.
Se al maschile ho coniugato il lemma che in qualche modo dovrebbe rappresentare la giovane, la cui presunta colpa siamo qui, oggi, ad esaminare, è per una ragione fondamentale.
Centrale, in ultima analisi, nell’essenza del mio ragionamento.

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Storie di donne violentate

E’ l’attimo in cui comincio a scrivere il post di oggi.
E’ anche il momento in cui inizia a scorrere l’ora che porterà le lancette dell’orologio o – se preferite – la sabbia della clessidra alle 16.
In un’ora possono accadere cose meravigliose.
In un’ora si può fare all’amore.
In un’ora si può fare all’amore con la persona che si ama.
In quell’ora si può fare all’amore con la persona che si ama, contraccambiati.
Sfortunatamente, nelle storie come nella vita vissuta, l’aggettivo meraviglioso è solo un aggettivo.
E gli aggettivi si sa come sono fatti.

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